[Artista Contemporaneo - born in Venice]

RECENSIONI_011

Don Quixote  de la Mancha  abita temporaneamente al Lido di Venezia.

                                                                                          Professor Grigore Arbore Popescu

Il dibattito critico intorno all’arte moderna non conosce tregua da alcuni decenni. Il principale punto di riferimento per una discussione seria sul rapporto tra il messaggio, l’espressività, le idee di cui si fa portatrice l’opera d’arte e il suo rivestimento formale nel contesto di una società evoluta tecnologicamente ed pervasa da pulsioni dissacratorie ha un punto di riferimento  stabile, in Italia, nell’ammirevole libro di Giulio Carlo Argan, Salvezza  e caduta nell’arte moderna (1964); un testo che ha illuminato forse per decenni anche l’operato degli artisti interessati a trovare una via propria nella confusione generata dalle pulsioni della civiltà tecnologica e dalle tecniche di riproduzione di massa.

Quel splendido libro scritto da un grande maestro italiano della critica è tornato in attualità di recente, anche senza essere chiamato in causa, in occasione della bagarre pubblicistica provocata dall’uscita in Francia dei taglienti giudizi sull’arte moderna, espressi da Jean Clair, , nel suo  L’Hiver de la culture (Flammarion). Senza fare di tutta l’erba un fascio, l’onorato membro dell’ Académie e notissimo critico aveva messo – senza esitazioni – una intera serie de  manifestazioni sotto il segno di una preoccupante  “degenerazione contemporanea”.

Negli eccessi ludici e nelle tumultuose improvvisazioni Jean Clair ha identificato alcuni dei fattori determinanti di una quasi generalizzata fuga delle nuove leve artistiche  verso una originalità priva di contenuti e pervasa di atteggiamenti esibizionisti, presentata  al pubblico come un linguaggio nuovo, diverso, scaturito da un nuovo approccio nei riguardi di una realtà culturale ed umana in cui l’espressione artistica, spinta dalle pressioni provenienti delle evoluzioni sociali, tecniche e scientifiche, ha la tentazione di allinearsi alle stesse, di andare oltre le stesse.  Il che obbligatoriamente supponeva – e suppone -  che si auto-costringe di andare oltre se stessa, oltre le sue radici. In questo tentativo dell’arte recente di andare off limits, cioè al di la dei rapporti storicamente consolidati  con se stessa,  il critico parigino vedeva lo zampino dei spregiudicati mercanti dell’arte, dei galleristi senza scrupoli, per i quali l’immaterialità, pur materiale, delle immagini entrate nell’universo dell’oltre viene propagandata come valore artistico semplicemente perché a quel “oltre” si può attribuire, con il concorso dei meccanismi ineffabili della promozione, una elevata quota di mercato. In virtù di un tale ragionamento artisti come Cattelan, Koons, Serano, finiscono per essere considerati soltanto trascrittori delle proprie pulsioni, semmai irrefrenabili, distruttori di stile e elaboratori di ipotetici stili personali, privi però di qualsiasi supporto nel mestiere artistico.

E’ innegabile che le considerazioni di Jean Clair investono fenomeni della cui esistenza ci si può rendere conto andando in giro per i musei d’arte moderna o auto-intitolati tale, per gallerie alla moda che rispondono ai più snobistici e à la page gusti di clientele variegate, per biennali o fiere d’arte moderna diventate  vere fiere della vanità; ma è altrettanto vero che una buona parte dell’arte attuale cerca affannosamente di scoprire altre strade, di esplorare nuovi modi espressivi senza rifiutare le possibili contiguità con il passato remoto o vicino, di non rinunciare alla la centralità dell’umana presenza nelle elaborazioni delle performance miranti alla costituzione di eventi visivi . Detto questo, non va negato comunque che il peso degli eccessi gestuali e delle cadute di stile è ormai nell’arte recente enormemente  più grande del peso delle ricerche autentiche,  non riconducibili alla frenesia che vuol passare per contestazione, all’improvvisazione che vuol passare per riflessione. alla sfrontatezza che – priva di mestiere – vuol passare per filosofia artistica, all’auto-contemplazione che vuol passare per attivismo socio-artistico.

Il nostro amico Emiliano Donaggio, fa parte di quella energica schiera di giovani artisti che pur rifiutando  a  lasciarsi sedurre dalle sirene dall’invadente gestualità spettacolare e rumorosa, che poi è il condimento di base del brodo in cui galleggiano molte delle opere  vengono contro le quali si scagliano le critiche di Jean Clair, non rinunciano , a ragione , alla provocazione. Riprendere per conto  proprio l’avventura intellettuale  dei distruttori dell’immagine tradizionale che furono “i classici” dell’arte moderna -  i futuristi, gli espressionisti, i primi dadaisti e i surrealisti, i padri cioè di tutte le deformazioni visive e di tutte le astrazioni simboliche e non, culminate nella action-paintig, fenomeno che a tanti cultori della novità delle novità può sembrare anche parte di una preistoria del moderno ultra-moderno – non è una opzione desueta; metterla in pratica non significa minimamente ripercorre una strada battuta.  Significa più che altro voler convincersi che così come è accaduto agli albori dell’arte del Ventesimo secolo – ai tempi della giovinezza dei nostrani futuristi Boccioni e  Balla, dei cubisti Picasso e  Gris, degli espressionisti Munch si Franz Marc, del dadaista Tristan Tzara e del surrealista André Breton ecc  -  si possono aprire anche oggi filoni problematici e dissacratori dell’arte, senza che per questo si proceda alla sua dissoluzione come forma di espressione significativa, sganciata da un orizzonte di riferimento, quello umano, senza la cui tenuta in considerazione si perde la certezza del senso e dell’utilità dell’atto creativo stesso.

Le “provocazioni” di Emiliano Donaggio hanno un spettro piuttosto diversificato e in alcuni casi si manifestano smontando in pezzi disparati, quasi in maniera de renderlo incomprensibile, un immaginario frammento di realtà – urbana, casalinga, artigianale, artistica ecc – centro il quale si trova, solitario ed emblematico, una testimonianza, un segno che rende il mondo comprensibile. In una serie di oggetti-pitture, in cui le tecniche e i materiali si accavalcano senza asfissiarsi a vicenda, emergono come simboli misteriosi immagini leonardesche, citazioni dalle opere del maestro fiorentino, frammenti di scrittura o iconici ripresi dai codici. Lo spettacolo della materia-immagine stimola, nel caso specifico, la fantasia, invita a mettere in connessione  situazioni visive inverosimili, il cui mistero sembra custodito dal riferimento culturale.

Una serie altrettanto felice ci sembra quella in cui tra le appena accennate riduzioni caricaturali delle pale eoliche,  i nostri moderni mulini a vento, compare la silhouette, più precisamente il fantasma, l’indicazione grafica, in creta bianca, dello scheletro a cavallo del nostro ben amato  Don Quixote  de la Mancha. tra l’artista e questa figura leggendaria si è ormai stabilito un rapporto stabile di amicizia.  Visitando lo studiolo dell’artista ebbi effettivamente l’impressione, che il Cavaliere dei Cavalieri si sentisse a suo aggio nella dimora del nuovo interprete delle sue avventure. Dalla palazzina art-decò al Lido di Venezia, dove risiede temporaneamente, un Don Quixote armato dai piedi alla testa si esercita ogni giorno per scendere in campo – nel groviglio dei simboli del nostro tempo e delle sue decomposizioni giornaliere  -  contro nemici visibili ed invisibili, al servizio della brava gente. Nei lavori di Emiliani Donaggio lo vedo cavalcando con piglio signorile la sua Rosinante, avanzando verso lo spettatore come se uscisse da uno specchio magico – uno scheletro con passi elastici, suggeriti paradossalmente da  articolazioni sane, come   se si trattasse della radiografia del ballerino a cui Nuryeev e Robert Helpmann  affidarono  nel lontano 1973 il ruolo nello spettacolo, diventato film, realizzato con l’Australian Ballet.
Provocazione sarebbe quindi da considerare anche il ricorso di Emiliano Donaggio alla divagazione simbolica, connotata culturalmente ed artisticamente. L’oggetto artistico viene caricato, con il concorso dei segni che fissano la sua esistenza nell’atemporalità,  di una sua tensione interna, le cui origini sono tutte da decifrare.  Tale tensione incita alla riflessione, alla decifrazione di un senso che forse non esiste, se non genericamente. L’artista sembra convinto che in qualsiasi oggetto artistico – come si può vedere evitiamo accuratamente l’uso del termine “opera d’arte” -  si nasconde un altro, preesistente, che a sua volta fa parte di un altro modo, o che è davvero parte di un mondo che potrebbe tornare a rivivere un suo piccolo momento di gloria incorporato a un altro micro-mondo.

Probabilmente questa massima attenzione per la ricerca dell’energia suggestiva delle composizioni, derivata anche dalle combinatorie di immagini che appartengono a registri visivi culturali e storici diversi, fa si che gli oggetti di Emiliano Donaggio non siano mai banali e che lo sguardo dello spettatore tenti sempre, con curiosità, di identificare in particolari apparentemente banali sensi significativi, richiami, segnali provenienti dal quotidiano o da mondi lontani, magari dal mondo dei libri, come nel caso di Don Quixote. Entrando una volta nello studiolo dell’artista di Lido ebbi la sensazione di essere guardato da una tigre uscita direttamente da un testo di Salgari. Era quasi viva, certifico; dopo di che l’abbiamo smontata insieme e l’abbiamo ridotta al suo originale ruolo di  pupazzo.
Gli oggetti rappresentati da Emiliano Donaggio  hanno d’altronde una loro vita autonoma: sembrano toccati da un flusso vitale. Esseri e  voci rivivono nella materia pittorica  povera e nei materiali di estrema modestia, prediletti dall’artista.  L’umorismo e il carattere giocoso delle immagini conferiscono loro una solarità coinvolgente.

Gli oggetti si raccontano in vari modi e raccontano anche un mondo a loro esterno, come nel notevole ciclo di giacche composte da frammenti di materia-immagine. I quali frammenti sono altrettanti rinvii alla realtà, ad esistenze vere, immaginabili attraverso la lettura simbolica dell’emblema- pezzo. Lo stesso dicasi anche del ciclo di “sedie d’autore”, fatte di tutto, in grado, alcune, di crollare al primo tentativo di sedevi sopra.  La notevole capacità di improvvisazione dell’artista, nella situazione specifica, richiama, coinvolge. Non poi non immaginare, dalla lettura  della materia usata da Donaggio per le sue sedie e degli emblemi o le scritte in essa inserite, alcune modalità per il loro uso e riuso; il pensiero scivola involontariamente all’interno di  una storia immaginaria dei personaggi che vi sono stati seduti sopra: gente semplice, giovane o vecchia, povera o piena di speranze, divertita o decrepita. D’altronde quasi tutti gli oggetti prodotti con fantasia dall’artista  – bottiglie che non sono più bottiglie ma un aggregazione metamorfica di bottiglie; teste di donna e di uomo che  si auto-moltiplicano scherzosamente, multicolori, talvolta munite di corna simili agli apparecchi radar istallati sui vaporetti della laguna veneziana, corna con cui sembrano indagare con curiosità il mondo;  mantelli  cuciti appositamente per deridere gli eroi  e per provocare il sorriso con l’aiuto delle pezze- collages attaccate sulle maniche, sui bordi, sul petto o sulla parte posteriore  ecc – fanno rivivere giocosamente, con umiltà, puntando sulla forza simbolica del segno, un mondo sito oltre l’immagine, in cui lo spettatore potrebbe essere già vissuto.

In un momento in cui l’arte moderna cerca di recuperare una credibilità messa in serio dubbio dall’esibizionismo e dalla vanità di non pochi protagonisti della scena artistica, implicitamente mediatica sotto l’impulso delle spinte mercantili e dei vaneggiamenti critici, la ricerca di Emiliano Donaggio di un linguaggio plastico attento al richiamo del senso, sensibile all’utilizzo del segno come testimonianza culturale con capacità metamorfiche e suggestive, porta con se una ventata d’originalità e freschezza.

Sulla Rosinante dei suoi lavori il don Qiuxote sta saldo in sella, con la spada tratta davanti ai nostri moderni mulini a vento, davanti alle nostre stesse illusioni.